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Errori di Lettura

Perché chiamare qualcuno "mostro" è il modo più pigro di non capire niente

"Mostro" è una parola che usiamo quando non vogliamo lavorare.

Classificare un perpetratore come mostro ci dà sollievo immediato: lui è diverso da noi, è un'altra specie, il problema è risolto. Ma così facendo rinunciamo all'unica cosa che potrebbe renderci più sicuri: capire come funziona davvero.


I carnefici dei crimini più gravi non sono caduti dal cielo. Sono stati bambini. Hanno avuto famiglie, scuole, contesti. Qualcosa — spesso molte cose insieme — li ha formati. Quel percorso è analizzabile. È fatto di dinamiche riconoscibili.


Chiamarli mostri interrompe l'analisi proprio nel momento in cui diventa utile.


C'è anche un problema più sottile: la parola "mostro" implica riconoscibilità. Come se il pericolo avesse una faccia. Come se bastasse guardare qualcuno per capire se è pericoloso. Non funziona così. I perpetratori di violenze gravi sono spesso persone ordinarie in contesti ordinari. Questa è la notizia scomoda che la parola "mostro" ci permette di non affrontare.


Capire non significa giustificare. Significa avere strumenti. Significa non ripetere gli stessi errori. Significa proteggere meglio chi è vulnerabile.


Il mostro non esiste. Esiste la persona — con la sua storia, la sua struttura psicologica, il suo contesto. Studiala.Add a concise subheading about your product or business to your students.

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